Simple Villa 2.0

bio
Angelo Ferretti

Tra me e la computer grafica 3D è stato amore a prima vista. 

Dalla prima volta in cui ho sentito pronunciare la parola "render" (nel 2004) ho iniziato una lunga ricerca sulle potenzialità della visualizzazione 3D in architettura, un viaggio che mi ha portato a immergermi negli abissi più profondi della computer grafica, dove ho visto capovolgersi le mie convinzioni sull'importanza della comunicazione del progetto. 

Un viaggio - che ci crediate o no - che ha cambiato per sempre la mia vita e il mio modo di vivere le emozioni.

Nel 2017 c'è ancora chi fa fatica a considerare il rendering come uno strumento per potenziare la performance dei propri progetti, probabilmente perché non ne hanno mai apprezzato i benefici, non essendosi mai trovati nella situazione di ricevere delle immagini di altissima qualità e vedere le loro idee valorizzate in modo sorprendente. Per loro il render è una semplice vista prospettica di un progetto, un'immagine che serve a far capire la volumetria, non strettamente necessaria, che va prodotta soltanto alla fine del lavoro, e la cui produzione è spesso dettata dall'esigenza di riempire uno spazio sulle tavole o dalle richieste del bando di concorso. 

Io credo che il rendering serva a tutt'altro.

Un buon architetto sa che il suo lavoro non consiste soltanto nel progettare edifici che stiano in piedi: l'architettura serve a trasmettere delle emozioni forti. Le Corbusier diceva che "...la Costruzione è per tener su, l'Architettura è per commuovere". Io sostengo che lo scopo del rendering è dare un volto a quelle emozioni e farle arrivare dritte al cuore del pubblico. 

E per realizzare immagini ricche di significato e capaci di sorprendere ed emozionare non basta avere un computer molto performante, disporre di software potenti, rifornirsi da librerie di modelli 3D dettagliati, fare uso di texture ad alta risoluzione, rispettare la regola dei terzi, o comprendere il significato delle parole "Irradiance Map".